La cantautrice canadese Joni Mitchell è una delle più importanti e influenti artiste del 20esimo secolo. Anticonformista e iconoclasta, è stata brava a rovesciare le aspettative a ogni buona occasione e la sua musica non ha mai smesso di innovarsi. Un percorso ricco di cambiamenti, che l’ha portata dal folk degli esordi al pop, fino al jazz, all’avanguardia e alla world music, anticipando l’esplosione multiculturale degli anni Ottanta e Novanta.
Fiera e indipendente, Mitchell è riuscita a conquistare un pubblico vastissimo senza mai tradire se stessa e senza cedere alle pressioni di un’industria discografica dominata dagli uomini. Magari non ha venduto la stessa quantità di dischi di alcune sue colleghe come Carole King, Janis Joplin o Aretha Franklin, ma nessun’altra ha giocato con la propria identità artistica quanto lei, esplorando coraggiosamente territori diversi e spesso poco commerciali.

Roberta Joan Anderson è nata a Fort McLeod in Alberta, Canada, il 7 novembre 1943. All’età di nove anni contrasse la poliomielite e fu proprio in quella dolorosa circostanza che scoprì le proprie doti di performer e cantante: ricoverata in un ospedale pediatrico, cantava per gli altri pazienti.

Dopo aver imparato a suonare la chitarra da autodidatta grazie all’aiuto di un canzoniere di Pete Seeger, s’iscrisse a una scuola d’arte e cominciò a suonare per i locali della sua zona, diventando in breve tempo una figura di riferimento per la scena folk dell’Alberta. Dopo l’università si trasferì a Toronto, dove sposò il cantautore folk Chuck Mitchell nel 1965, e iniziò a esibirsi con il nome di Joni Mitchell.

L’anno successivo la coppia si spostò a Detroit, Michigan, ma si separò poco dopo. Joni si fermò nella Motor City, che in quel periodo aveva una vivace scena musicale, e si fece notare dalla critica e dal pubblico per le sue doti di cantautrice e per le particolari caratteristiche della sua voce. Ottenne facilmente importanti ingaggi anche a New York, dove fu subito amata dalla stampa specializzata e dagli altri artisti. Nel 1967 firmò il primo contratto con la Reprise e David Crosby si offrì di produrre il suo album d’esordio, l’omonimo disco acustico pubblicato nel 1968.

Alcune delle sue canzoni furono portate al successo anche da altri cantanti, per esempio Judy Collins ottenne ottimi risultati con il brano Both Sides Now, firmato appunto da Joni Mitchell, mentre i Fairport Convention realizzarono una cover di Eastern Rain e Tom Rush registrò The Circle Game.

Nel giro di pochi anni Joni Mitchell divenne un’artista di culto. Il suo secondo album, Clouds, entrò nella Top 40, mentre Ladies of the Canyon (1970) andò ancora meglio, trascinato dal singolo Big Yellow Taxi e dal potente brano scritto per Crosby, Still, Nash & Young, Woodstock.

Ma l’approvazione della critica raggiunse i massimi livelli nel 1971 con Blue: una luminosa, intima e onesta confessione, scritta durante una vacanza europea, che confermò Joni Mitchell come uno dei talenti più interessanti della musica pop di quel periodo.

Nel 1972 arrivò la prima radicale svolta stilistica della sua carriera con For the Roses, che vedeva la collaborazione del musicista Tom Scott. Con questo album la cantautrice si spostò verso territori più orientati al pop, soprattutto con il singolo You Turn Me On (I’m a Radio), che fu la sua prima vera hit. Il maggior successo commerciale di Joni Mitchell fu il successivo Court and Spark (1974), che puntava brillantemente al jazz.

Joni Mitchell - Court and Spark tour March 5, 1974 (Foto: ultomatt)

Un’altra svolta arrivò nel 1975 con The Hissing of Summers Lawns, che invece era un album sperimentale, fortemente influenzato dal jazz ma anche dall’avanguardia. Il brano The Jungle Line introduceva i ritmi delle percussioni africane, svelando una fascinazione per la world music in anticipo rispetto all’esplosione degli anni Ottanta. Il disco Hejira, registrato con il vulcanico bassista dei Weather Report Jaco Pastorius, le permise di cambiare ancora stile.

Nel 1977 Joni Mitchell pubblicò un’altra ambiziosa prova, il doppio album Don Juan’s Reckless Daughter, che raccoglieva una serie di lunghe composizioni basate soprattutto sull’improvvisazione e registrate con grandi jazzisti, come Larry Carlton, Wayne Shorter e Chaka Khan, e con un gruppo di percussionisti latini. Colpito da questo lavoro, Charles Mingus la contattò per collaborare all’interpretazione musicale delle opere di T.S. Eliot, ma sfortunatamente il leggendario bassista morì prima che potessero concludere le registrazioni. Allora Joni Mitchell concluse la lavorazione e pubblicò l’album con il titolo Mingus per rendere omaggio al grande jazzista appena scomparso.

Il 1982 segnò un ritorno verso il pop con Wild Things Run Fast: il singolo (You’re So Square) Baby I Don’t Care, cover di Elvis Presley, fu la sua prima hit in classifica dopo otto anni.
Poco dopo sposò il bassista e fonico Larry Klein, con il quale collaborò spesso anche sul versante artistico, per esempio per l’album elettronico Dog Eat Dog del 1985, co-prodotto insieme a Thomas Dolby. La ricerca elettronica proseguì con Chalk Mark in a Rain Storm (1988), che vedeva le partecipazioni di Peter Gabriel, Willie Nelson, Tom Petty e Billy Idol.
Poi il ritorno alle radici: Night Ride Home (1991) era una raccolta di canzoni essenziali e delicate costruite su chitarra e voce e poco altro.

Nonostante la recente separazione, Klein co-produsse l’album Turbulent Indigo (1994), seguito dalle antologie Hits e Misses, che proponevano i grandi successi e le perle meno note. Taming the Tiger uscì nel 1998, mentre qualche anno dopo toccò alla raccolta di standard Both Sides Now.

Nel 2002 Joni Mitchell ha pubblicato Travelogue, annunciando che sarebbe stato il suo ultimo album e che sarebbe andata “in pensione”, perché stanca dell’industria discografica e delle sue dinamiche. Negli anni successivi sono apparse numerose compilation e versioni rimasterizzate, finché nel 2007 è tornata con una piccola etichetta indipendente per realizzare Shine.

Anche se molte delle sue canzoni più famose sono state composte al piano, Joni Mitchell è sempre stata una chitarrista tecnicamente dotata ed elegante. Il suo approccio alla chitarra acustica è assolutamente originale, basato su accordature aperte e diverse dagli standard. Nel corso della carriera ha scritto canzoni in almeno cinquanta accordature, che lei ha sempre definito “Joni’s weird chords” (“gli accordi strani di Joni”). Il suo stile di picking/strumming con la mano destra si è evoluto negli anni, da un modo di suonare molto intricato a uno più fluido e ritmico, a volte sfruttando lo strumento come una percussione. Nei suoi primi album Joni Mitchell suonava una chitarra acustica Martin D-28 del ’56, mentre successivamente ha avuto anche altri modelli, come una Martin D-45 e due Collings.

Nel 1995 Fred Walecki, amico di Joni e titolare del Westwood Music a Los Angeles, aveva sviluppato una soluzione per risolvere le difficoltà dovute alla varietà di accordature aperte dal vivo, progettando una chitarra in stile Stratocaster che funzionasse con il sistema Roland VG-8, che è in grado di configurare elettronicamente numerose accordature.

Nel 1997 Joni Mitchell è stata accolta nella Rock and Roll Hall of Fame, ma non ha partecipato alla cerimonia. La sua influenza nel campo della musica è enorme, tanti artisti di generi diversi riconoscono il suo prezioso contributo e la considerano un’importante fonte di ispirazione.

[Foto Anthony Easton]